VII - Attraverso la nebbia
Dormi e sogna mio bel pupetto,
non scordarti di coprire il letto
con foglie di lino e belladonna,
baci di mamma e abbracci di nonna!
Ma se ti scordi di fare il bravo
la tua fatica sarà stata invano:
nessun la tua pelle potrà salvare
ora che il Cupo con te vuol giocare.
Canzonetta del Cupo, Kibildûm (filastrocca popolare)
Allungò le mani verso il terreno, nel buio. Emerse il volto del bambino defunto con gli occhi freddi come i ghiacci del Nord. Avrà avuto sì e no quindici anni. Un accenno di basette sulla mascella scavata, con trecce acconciate sul petto a imitare una sorta di barba, come la portano gli adulti e come non sarebbe mai riuscito a portare lui. Fra i capelli castani erano intrecciate ciocche di colore diverso, quello dei genitori, vincolati a lui dalla terra e dal sangue. Mosse le orbite gelide e in un sussurro disse «Accompagnami… dalla nonna» mentre si alzava dalla tomba.
Fece un passo indietro, voltandosi in cerca di Kento e della ragazza, solo per ritrovarsi circondato dalla polvere dei Colli Carboniferi. Tornò a guardare il piccolo nano, che adesso era circondato da volti: la famiglia, gli amici, tutto il Clan. «Dove eri quando ci hanno fatto questo?» sibilò la voce del nonno.
Calde lacrime gli bagnarono il volto, mentre si accorgeva che le sue mani grondavano di sangue, perché le unghie le aveva lasciate sulle pareti della cella, prima di scappare. Cadde all’indietro, in una discesa senza fine.
«Ki-do? Stai bene?» L’artefice si scosse dal sonno in modo brusco, mentre dal letto sotto il suo, una coda candida e uno sguardo preoccupato facevano capolino. «Mmgh…» riuscì a mugolare il nano, mentre gli occhi attenti di Kento osservavano la sua espressione «… che ore sono? Ho avuto un risveglio… diciamo non dei migliori, ecco» aggiunse con voce roca. Mosse lo sguardo verso l’alto, e a giudicare dal materasso bitorzoluto in movimento sopra di lui, anche Ganus doveva essersi svegliato.
La notte precedente era crollato sul letto, dopo aver lasciato i propri stivali e i pantaloni ad asciugare nel bagno comune, senza nemmeno utilizzare la coperta pesante. Il suo tono di voce rimase roco e basso più a lungo del normale, mentre si sedeva e tentava di schiarirsi la gola; l’Inquisitore scendeva la scaletta in legno che collegava il letto superiore al pavimento.
Non aspettò di aver recuperato il suo timbro gioviale, e si gettò a capofitto nella conversazione con Ganus, insieme al vanara che lo supportava e gli ricordava i particolari della sera prima: la sala comune, la decisione presa in tre, il sentiero verso il cimitero, l’incantesimo dell’amico sul piccolo nano…
Si fermò, mentre l’immagine gli tornava in mente, nitida come non mai dopo il sogno. Nemmeno la pausa di Ki-do, che consentì a Kento di continuare il discorso, fu interrotta dal giovane compagno: rimaneva assorto e pensieroso, mentre soppesava il racconto e valutava le notizie. Come facesse a restare così calmo e a ponderare le proprie azioni, rimaneva qualcosa di oscuro per l’artefice; tanto che desiderò, conclusa la conversazione, che Ganus avesse risposto, interagito in qualche modo, finanche espresso il suo disaccordo nei confronti della loro impresa notturna.
Invece, alla fine, la sua voce si limitò a chiedere: «Nel bosco… un capanno?». «So che potrebbe sembrare poco…» fece Ki-do, a mo’ di scusa, ma Kento continuò al suo posto «Gli spiriti possono sembrare criptici, ma sono sinceri, anche se non possediamo la sensibilità per capirli appieno». Ganus rimase pensoso, più del necessario agli occhi dell’altro nano. «Se pensi sia stato l’ennesimo fallimento…» iniziò, ma lo stesso Ganus si alzò – finalmente – con impeto, e iniziò a vestirsi con l’equipaggiamento. «Mi sembra eccessivo volersene andare, saremo stati impulsivi ma non abbiamo fatto nulla di male».
«No» iniziò il giovane nano «per una volta l’impulsività che io non possiedo mi ha reso un grande favore. Vi ringrazio, perché mi avete fornito un’altra conferma».
Adesso fu Ki-do a rimanere spiazzato «Conferma? Cioè?».
«Non voglio fare lo stesso discorso due volte. Vediamoci nella sala comune tra poco, e preparatevi. Mentre scendo vado a svegliare Claudius. Kento, potresti gentilmente raggiungermi e portare con te Odine… e anche Kattegat, se vuol farsi trovare».
«Come mai tanta fretta?» continuò Ki-do. Kento invece stava dolcemente svegliando i suoi compagni animali, mentre guardando Ganus si era limitato ad annuire alle richieste del nano.
«Perché se è vero ciò che ho intuito, non è utile perdere più tempo del necessario». Senza aspettare oltre, aprì la porta, e si fiondò in corridoio. Kento dopo qualche minuto lo seguì, mentre Ki-do, con tutta la calma a sua disposizione, andò a recuperare i panni semi-asciutti, li indossò rabbrividendo e senza troppo trasporto scese verso il basso, il sapore dello stufato che avrebbe assaggiato mentre aspettava gli altri che già gli danzava sulla lingua.
***
«Ieri sera sono venuto a conoscenza di un dettaglio interessante. Se la situazione fosse diversa, probabilmente liquiderei la storia come una banale superstizione; eppure non posso ignorare le coincidenze». I compagni, raccolti in una delle tavolate, ascoltavano le parole di Ganus. Kento era riuscito anche a scovare il coboldo, con sorpresa – e irritazione – di Ki-do.
«Ma non eri andato a riposare, dopo cena?» fece quest’ultimo.
«Sì, il mio intento era quello… ma ho avuto una breve conversazione prima di coricarmi».
Il chierico lasciò scivolare brevemente lo sguardo all’indietro, facendo un mezzo cenno inclinando il capo: chiaramente stava indicando qualcuno o qualcosa. Il suo interlocutore sì girò: Kattegat era intento a spulciare la sua scimmietta con ostentata noncuranza, mentre il minuscolo primate, faccia di bronzo, si affrettò a fare lo stesso con l’altro, nascondendo malamente il dito medio che stava porgendo alle spalle di Ki-do.
Prima che questi potesse esplodere, Ganus attirò la sua attenzione poggiando una mano sulla sua spalla destra, e avvicinandosi verso di lui.
«Pare» riprese con voce calma «che in giro ci siano voci… anzi no, storielle. Qualcuno potrebbe definirle leggende, favolette… sul Cupo Straniero».
Ki-do scoppiò in una sonora risata, mentre Odine e Kento, quasi all’unisono chiesero «Il Cupo Straniero?».
Fu Claudius a risolvere l’interrogativo: «Vi sarà certamente capitato, quando eravate in fasce, di ascoltare storie del terrore. Racconti in cui se non fai il bravo arriverà qualcuno di sconosciuto a rapirti, a portarti lontano. Sono storie con una logica, insegnano ai bambini la differenza fra “famiglia” ed “estranei”. Un po’ datate secondo il mio gusto personale. Magari per gli umani è l’Uomo Nero, o l’Uomo della Palude. Per gli eremiti di montagna è Baba Jaga. Per gli uomini di scienza» alzò un sopracciglio «è il Babau. In questa parte del mondo…».
«Grazie della spiegazione» lo interruppe il nano, ancora ridacchiando «ma permettimi di dubitare di fantasie fanciullesche come quella del Cupo!».
«Sono diverse dalle storie sul Cupo al di là delle Montagne, Ki-do» fece Ganus con un mezzo sorriso. «Sono un po’ più… concrete. E guarda caso, hanno alcuni punti in comune con le nostre scoperte». Lo sguardo dei due si incrociò, e il nano più anziano percepì la sicurezza negli occhi del più giovane: una limpida fiducia nel proprio pensiero, tanto che le loro espressioni, all’unisono, tornarono immediatamente serie.
«Bada bene, non sto dicendo di credere alle favole, ma che in esse ci sia un fondo di verità. Sta tutto nei dettagli. E le storie, quaggiù, fanno riferimento al “bosco” e alle “giornate nebbiose”. Non parlo a sproposito, ho indagato».
«Ganus, il tempo sembra avere poca presa sulle tue azioni. Quando avresti indagato? A chi hai chiesto… cosa?» incalzò Ki-do, cercando di capire.
«Ieri sera siete rientrati tardi in camerata. Dopo la chiacchierata con la mia fonte, sono sceso da solo per il bicchiere della staffa. Ho parlato nuovamente con Torbag, e con quelli del turno che erano ancora svegli. Ho chiesto che mi raccontassero le storie di quando erano bambini, dopo avergli offerto un giro… e ho avuto le mie conferme. Lo stesso Claudius» e si rivolse verso lo squamarcana «ti ha confermato che la leggenda muta, a seconda del luogo in cui l’ascolti».
Ki-do rifletteva in silenzio. Queste… supposizioni lo lasciavano inquieto. Ora anche le storielle per bambini diventavano reali? Forse stava prendendo troppo sul serio le parole dell’Inquisitore, ma ispezionò rapidamente i volti degli altri. Coboldo e scimmietta stavano continuando a spulciarsi, con più lentezza del dovuto. Odine rimuginava sulle parole di Ganus, e sembrava sul punto di dire qualcosa, ma rimase composta in attesa della reazione degli altri. Kento aveva gli occhi chiusi: il nano sapeva ormai che era uno dei suoi modi per riflettere al meglio, senza essere disturbato. Claudius invece annuiva con fare deciso all’affermazione del giovane compagno, probabilmente Solo perché è stato chiamato in causa, si disse Ki-do.
«E in base alla tua deduzione, Ganus, proporresti di fare… cosa, esattamente?»
«Beh, a qualche miglio a nord, un po’ più in basso della nostra posizione, dovrebbe esserci una foresta di betulle: è la più vicina, la raggiungeremmo in un paio d’ore a cavallo. Visto che l’alternativa sarebbe quella di tornare nelle miniere, vi propongo una seconda opzione. Se ho ragione, potrebbe essere la nostra soluzione».
«E se non ottenessimo niente da questa gita improvvisata?» provocò Ki-do.
«Ci saremmo tolti un pensiero! Non ci resta che andare a controllare di persona» rispose l’altro con semplicità.
***
«Sono io, o questa nebbia potrebbe essere qualcosa di più di una semplice superstizione?» commentò Claudius sarcasticamente. In effetti, dopo aver viaggiato poche ore verso nord in lieve discesa, quello che si trovarono davanti fu uno spettacolo insolito. Una massa densa, bassa e fumosa fuoriusciva dalla foresta, anche con la luce splendente di quella tarda mattinata. Lo strato di foschia si muoveva come un chiaro nembo tentacolare, mosso a tratti dalla brezza: per quanto sembrasse la materializzazione del respiro stesso della foresta, non accennava ad allontanarsi dall’orizzonte arboreo, e a tratti si ritraeva come la marea. Gli occhi di Ki-do non riuscirono a scorgere niente di insolito al di là della coltre gassosa – eccezion fatta per la coltre stessa –, e senza aspettare l’opinione o l’obiezione di chiunque, spronò il pony in avanti.
Dopo pochi metri però furono costretti a fare una scelta: proseguire a piedi o sulle cavalcature. I destrieri erano inquieti, e si rifiutavano di addentrarsi nel mare fumoso che invadeva la selva. Si decise, non senza qualche protesta, di legare i ronzini ai margini del bosco, e di marciare seguendo il sentiero, con i due nani a fare da apripista, seguiti da Kento, Odine e Claudius. Ki-do non si interessò della posizione di marcia del coboldo. Magari è la volta buona che ce ne liberiamo, si trovò a pensare.
La camminata fu estenuante. A più riprese rallentavano, per controllare se per caso fossero rimaste tracce sul terreno. Ma visti gli scarsi risultati, dopo un po’ furono immersi nel banco così a fondo, che riuscivano a stento a vedere i primi tre metri. E proseguirono, per ore. Il nano aveva smesso di cercare di capire quanto tempo fosse passato, e gli occhi cominciavano a fargli male a causa della scarsa visibilità.
«L’avete visto?» sibilò all’improvviso la voce di Ganus, rompendo il silenzio ovattato. Ki-do si voltò nella sua direzione: l’altro era al limitare del suo campo visivo, immobile. Sembrava perso a scrutare qualcosa o qualcuno verso quello che secondo il senso d’orientamento dell’artefice doveva essere nord-est.
«Non possiamo rischiare di perderci! Avanti, Ganus!» incalzò Ki-do. L’altro si riscosse, muovendo qualche passo in avanti, ma con lo sguardo fisso nella stessa direzione, gli occhi socchiusi come a voler fendere la nebbia. «Scusa, ma mi sembrava di aver visto una figura, su un albero. Ci osservava».
Ki-do, con una mano sulla spalla dell’altro e la fretta di chi non vuol perdersi nella foschia, ridacchiò: «Suvvia, questa bruma ci sta facendo uscir di testa. Dobbiamo rimanere compatti». Intanto i loro compagni li avevano raggiunti sul sentiero, nell’ordine di marcia stabilito. Prima che qualcuno potesse chiedere il perché si fossero fermati, i due nani si guardarono, e Ki-do disse semplicemente: «Proseguiamo», mentre l’altro si trattenne visibilmente dall’indagare su ciò che presumeva di aver intravisto.
***
Trovarono dopo ore “l’uscita” dal bosco. Improvvisamente videro la massa nebbiosa diradarsi in una direzione, e svelare i contorni di una radura, al cui centro si trovava quello che, in mezzo ai fumi, sembrava uno sgangherato casolare. Ganus fece «Mi raccomando, rapidi e silenziosi». Ricevette in risposta uno strillo acuto da parte dei rettili che Kento portava con sé. Ki-do sbuffò, e iniziò a correre in direzione dello spiazzo.
Uscì per primo dall’ombra degli alberi, in quell’atmosfera onirica che ai suoi occhi cominciava a perdere efficacia. Qualche decina di metri lo separava dalla casupola in legno. La struttura non era fatiscente, ma non se la passava bene: un largo portico si estendeva davanti ai suoi occhi, ma era sporco e fuligginoso. Alcune travi verticali uscivano dalla ringhiera in legno, e sostenevano parte di quello che doveva essere il piano superiore, o meglio la soffitta, dato che il tetto spiovente non lasciava troppo spazio per un ambiente abitabile. Corse il più rapidamente e silenziosamente possibile, ma il gruppo che lo seguiva non riuscì a mascherare interamente la propria presenza: accortosi del rumore, non si limitò ad appiattirsi prima di salire i gradini del porticato, ma li superò in due balzi mentre il legno vecchio – seppur ancora resistente – scricchiolò ai suoi piedi. L’ingresso era collocato asimmetricamente a destra, per lasciare posto a una finestra che dava sull’interno. Ki-do si lanciò col fiatone verso il punto della parete tra la porta e il vetro, rimanendo qualche secondo a respirare pesantemente, spalle al muro. Liberò la pistola dal cinturino, e la impugnò con la mano dominante, tenendola bassa e cercando di rimanere non visto. Lo raggiunse Ganus, e lo superò per mettersi sul lato opposto della finestra, in modo da sbirciare nell’angolo cieco dell’altro. Un’ombra fluttuante sul terreno fra la foresta e la loro posizione lo mise in guardia, ma non avendo subito attacchi di sorta, immaginò che probabilmente uno degli altri avesse scelto di volare, per osservare la situazione. Quando vuole quel Claudius sa fare ottime scelte strategiche pensò, prima di lanciare uno sguardo d’intesa all’Inquisitore e sbirciare all’interno dell’abitazione.
Ci vollero un paio di secondi perché i suoi occhi fossero in grado di distinguere le figure in penombra, ma fin dall’inizio riuscì a scorgere gli elementi principali: un lungo tavolo in mezzo alla stanza, con minute figure sedute su seggiole sgangherate; un basso soffitto a cui erano appese pelli animali; una sedia a capotavola, la più grande di tutte, sulla quale era abbandonata una figura rattrappita ma più grande rispetto alle altre. Poi li distinse: la tavola era composta esclusivamente da bimbi nani e umani, e su di loro vegliava una vecchietta dalla carnagione olivastra, che si stava allungando per servirsi con un lungo mestolo di metallo. Al centro, luridi centrini e un candelabro spento.
D’istinto, decise di entrare sfondando la porta con un calcio, poi però si fermò, pensando che avrebbe spaventato i bambini, e optò per provare ad aprire l’uscio, che scricchiolante assecondò il movimento e si spalancò. Tenendo l’arma bassa, vide che gli occupanti della stanza si erano alzati dalle sedie e si stavano raggruppando tutti ai piedi della vecchia, che gracchiò sorpresa «Chi è là?».
Ki-do non si soffermò all’entrata, fece un passo avanti, Kento e Odine dietro di lui: il primo, si avvicinò all’anziana signora, l’altra lo tallonava con la destra dietro la schiena, la lancia stretta in pugno fra le dita bianche. «Siamo qui per soccorrervi» disse il vanara, rivolto verso il gruppetto «il mio nome è Kento». Ki-do avanzò ancora di qualche passo. Sulla destra, un vecchio sottoscala marcio e pericolante doveva condurre alla soffitta. Un largo camino occupava il lato della grande stanza; sul fondo, una cucina sporca che emanava fetore di bestia.
«Oh, grazie stranieri» fece eco la nonnina alle parole di Kento, stringendo in un grande abbraccio i sette bimbi attorno a lei. «Una presenza minacciosa vive qui» e sollevò il braccio sinistro, dita lunghe e contorte, scheletriche. «I bambini sono vivi per miracolo».
«Che presenza?» chiese Odine a denti stretti. La vecchia si limitò a indicare in una direzione, proprio alle spalle di Ki-do. I piccoli, con occhi stanchi, fecero lo stesso gesto, come a imitarla.
Si voltò lanciando uno sguardo interrogativo verso la porta. Di trappole non ce n’erano: quale pericolo si nascondeva all’ombra dell’architrave? Ki-do impugnando saldamente l’arma da fuoco fece alcuni passi decisi nella direzione additata dal gruppo dei bambini, oltrepassando il sottoscala. Eppure niente, anche esaminandolo da vicino, l’ingresso era solo un ingresso.
Improvvisamente lo avvertì. Un sussurro, un sibilo. Si voltò appena in tempo per ricevere una forte mazzata sul lato del volto. Alzò gli occhi, dopo aver sputato sangue, per inquadrare meglio l’aggressore. Era una creatura umanoide, delle dimensioni di un uomo di media statura. La faccia era serrata in un ghigno innaturale, con gli zigomi alti, i denti esposti e affilati; al posto dei capelli, un ciuffo di radi aculei che sembravano lunghi chiodi appuntiti. Aveva testa, braccia e gambe, ma ogni arto era piegato in un’angolazione innaturale, come se l’intero suo corpo fosse manovrato da un marionettista poco pratico del mestiere. Gli occhi erano stretti, scuri e maligni, con la sclera completamente nera che rendeva il suo sguardo terrificante. Aveva indosso un vestito da pagliaccio, tutto fatto a scacchi; laddove però un clown per far ridere i bambini è coperto da un’esplosione di colori, i rombi connessi sul vestito della figura presentavano tutte le variazioni cromatiche percepibili del grigio. Così come pallida e grigiastra era la sua carnagione; non come quella dei defunti, ma come qualcosa di innaturale, estraneo al mondo materiale. Teneva in mano una specie di sonaglio con la testa tonda e bianca, l’impugnatura di metallo lucente, coperto dal sangue della mascella che aveva appena colpito. Ridacchiò sadico alla vista del rosso sulla sua arma.
Tale vista ripugnante non scosse Ki-do per più di un paio di secondi. Era un tipo pragmatico e si accorse subito di essere in svantaggio: doveva prendere le distanze per essere efficace in combattimento; con un movimento rapido estrasse il martello dalla cintura, per tenerlo dritto davanti a sé. Fu una scelta acuta: il colpo arrivò lì dove lo aveva immaginato, sonaglio contro maglio, e i due oggetti contundenti cozzarono con rumore di osso sul ferro. Il braccio sinistro subì un notevole contraccolpo, con il rimbombo che arrivò fino alla cassa toracica. La spinta del colpo permise però al nano di balzare all’indietro, a ostruire la porta e tagliare ogni possibile via di fuga. L’arma la lasciò cadere a terra, usando la mano ora libera per caricare la pistola nella destra, che aveva tenuto stretta sin dall’inizio.
Cercò di concentrarsi sull’avversario, e di prendere la mira: guardando in quella direzione, la sua vista periferica e le sue orecchie gli suggerirono che dietro, sia Odine e Kento coi bambini e la nonna, sia Ganus – o Claudius – dalla finestra laterale, avevano cominciato a muoversi e combattere a loro volta. Qualcuno urlò, ma il rumore fu coperto parzialmente dal rombo che esplose dalla canna dell’arma di Ki-do.
La pallottola prese in pieno lo strano arlecchino, colpendolo fra la spalla e il petto. Il rinculo del colpo costrinse entrambi mezzo passo indietro. L’artefice approfittò per ricaricare un secondo proiettile, solo per vedere l’avversario avanzare ancor più infuriato verso di lui: accennò un arco con l’arto armato ma si distrasse al rumore di vetri in frantumi. Attraverso la finestra ormai rotta entrò Ganus, che si fece incontro al nemico, e uno spostamento d’aria rivelò la presenza dello squamarcana fuori dal porticato. Ki-do tuttavia rimase concentrato sull’arma, e prendendo la mira, tentò un secondo tiro, mirando alla testa.
L’esplosione prese di striscio la tempia dell’essere pallido, che iniziò a emettere una risata sempre più frenetica e terrificante, mentre il suo corpo iniziò a perdere dalla ferita e dalla bocca un liquido putrido e grumoso simile alla pece, o al bitume.
A quel punto l’Inquisitore con la propria arma disegnò un fendente orizzontale, all’altezza della vita della creatura, e il sonoro rumore di qualcosa che si spezza arrivò nettamente alle orecchie di Ki-do; lui d’altro canto approfittò dell’intervento di Ganus per voltarsi di tre quarti e scattare in direzione della porta, sistemandosi saldo all’esterno, dove avrebbe avuto una maggiore libertà di movimento. Mentre si spostava, sentì l’aria muoversi improvvisamente nella zona della sua spalla sinistra, e poi un dolore lancinante, che si propagò in tutto il braccio dopo il riverbero iniziale. Il secondo colpo di mazza lo sbilanciò, ma riuscì a rimanere in piedi. Ganus tenne il mostro impegnato quel tanto che bastava a farlo desistere da un attacco aggiuntivo e gli regalò il tempo per ricaricare.
Stavolta lo sparo andò a vuoto: la tensione non permise un tiro pulito. Lo sguardo di Ki-do fu preso dalla visione più ampia della scena, che lo sorprese: nella casa, oltre il tavolo, mentre lui e l’altro nano si stavano battendo con quella sottospecie di pagliaccio smunto, i bambini erano caduti tutti a terra – forse svenuti – mentre Kento era rivolto in posizione di guardia verso l’anziana signora, che stava mutando il suo aspetto in qualcosa di più inquietante di una semplice vecchietta che vive da sola nei boschi. A riportarlo sul suo bersaglio, fu la lancia di Odine che affondava il fianco del nuovo nemico in aiuto del vanara; ma anche il rumore di enunciazioni arcane che proveniva dall’alto, alle sue spalle, segno che il loro compagno volante si stava adoperando col lancio di incantesimi. E proprio mentre decideva di provare a colpire il giullare col calcio della pistola per guadagnare tempo – e la sua attenzione – sopra la sua spalla, diretto al petto della creatura, un raggio crepitante raggiunse il proprio bersaglio.
Il mimo da incubo reagì più lentamente del normale al colpo di Ki-do, che arrivò contemporaneamente a un'altra randellata di Ganus.
Il volto del nemico continuava a sputare quel nero liquame, gli occhi che tradivano l’incertezza di qualcuno che sta comprendendo di stare per assaggiare la sconfitta. Ki-do pulì rapidamente la canna dell’arma, mentre il suo giovane compagno parò una mazzata – lenta e faticosa – dell’avversario. Sparò l’ennesima pallottola, mirando al basso ventre, mentre Ganus lo bloccava. Inoltre, dal nulla, un sasso spuntato da chissà dove prese alla nuca la creatura, che finalmente cadde.
Ki-do ebbe solo il tempo di riavvicinarsi alla porta, che si trovò davanti una figura inaspettata: la vecchia si era allargata, diventando più tozza, senza collo, con gli occhi piccoli e neri, e denti sottili come un pettine ma affilati come rasoi. Non aveva mai visto una strega dal vivo, ma quell’aspetto era inconfondibile.
Si lasciò prendere in contropiede, mentre la megera lo stava caricando, lui che era l’unico ostacolo che le impediva di uscire verso il bosco. Ki-do fu spinto indietro e travolto, pur riuscendo a mantenere l’equilibrio, ma rimase impotente all’urlo di Odine «FERMATE LA STRONZA! STA SCAPPANDO!».
La strega, ormai nient’altro che la radura davanti a sé, con un balzo disumano si portò fuori dal raggio d’azione del chierico, il quale provò ad afferrarla con la propria mano destra, che in quel momento irradiava luce. Ki-do provò a riscuotersi dalla sorpresa, tentando a sua volta, in modo istintivo e goffo, di afferrarla, ma senza successo. Quindi fece l’unica cosa possibile in quel momento: affidarsi al brivido di eccitazione che stava facendo fremere la sua fidata arma.
Caricò. Mirò. Il ruggito dell’esplosione coprì la sua imprecazione. La vecchia stava sbiadendo dalla sua vista, come se l’albume di un uovo le stesse colando addosso e la stesse celando ai suoi occhi. La capacità di un incantesimo, senza dubbio. Il nano respirò, e ricaricò. Sparò una seconda volta, senza sapere dove fosse esattamente il bersaglio.
Una parola in quello che riconobbe come draconico svelò la presenza di Claudius, che stava scendendo dall’alto. Il tono sembrava quello di un’ingiuria. Ki-do voleva urlare al vento la sua frustrazione.
Dalla sua destra però, scavalcò i vetri rotti una figura color senape: l’abito di Odine. La ragazza corse nella direzione in cui era scomparsa la megera. Ki-do quindi lasciò alle spalle la disperazione, e con uno slancio la seguì. Lei intanto, come nelle competizioni atletiche, afferrò saldamente la propria lancia e la scagliò verso la foresta. Il nano si arrestò subito dietro di lei, e caricò. Simile a un giavellotto, l’arma della giovane sibilò nell’aria, e poi si fermò colpendo l’invisibile. Un urlo mostruoso confermò che il tiro aveva fatto centro: a Ki-do bastò mirare dove la lancia si muoveva ancora a mezzaria, in direzione della boscaglia. Sparò. Poi un tonfo. Lentamente la magia che la rendeva invisibile, svelò il corpo della vecchia, accasciata a terra, rantolante. E stavolta Ki-do urlò veramente, ma di gioia: «SÌ, BEN FATTO!».
Come richiamata da una forza intangibile, l’arma della ragazza volteggiò in una parabola staccandosi dal corpo esanime della strega, tornando nella presa salda di Odine, che eseguì un’evoluzione con la lancia, prima di protendersi in un giocoso inchino rivolto verso il nano. «Questo è il gioco di squadra che avevo in mente» si complimentò il nano con lei, che sorrise e arrossì lievemente.
I due si mossero verso il presunto cadavere, per sincerarsi che fosse poco presunto e molto cadavere. La magia con cui l’essere mostruoso si era reso invisibile lasciava ancora qualche traccia sugli arti. La ferita alla schiena era profonda, e il proiettile aveva centrato in pieno il bersaglio. Giaceva a terra sconfitta, e Ki-do tirò un sospiro. Si sentì improvvisamente indolenzito: l’adrenalina scendeva, e le botte prese durante lo scontro iniziavano a provocare quel dolore sordo e inequivocabile di vari ematomi in espansione.
Dopo qualche secondo tornarono indietro, raggiunti da Ganus e Claudius, mentre Kento li osservava dalla soglia.
***
Entrarono tutti e cinque nella casupola e ispezionarono con attenzione l’ambiente. Nuovi particolari colsero lo sguardo di Ki-do: la fattura diversa delle seggiole, gli strumenti acuminati e i ganci appoggiati alla rinfusa sul piano da lavoro accanto al lavabo, i graffi e le striature scure sul legno del pavimento e sulla parte bassa delle pareti. Era un luogo infernale.
I bambini, malnutriti e stanchi, erano tutti crollati dalla stanchezza ai piedi del caminetto. Si fermò un secondo e allungò una mano per strappare una pelle dall’alto – quella che la sua altezza gli permise di raggiungere – per gettarla sopra alle gambette nude di due bimbi, che nel sonno si abbracciavano tremanti.
Nel frattempo gli altri, uno per uno, si erano radunati in un unico punto della stanza, e avevano cominciato a parlottare fra loro. Ki-do si mosse in quella direzione, nei pressi del tavolaccio con gli oggetti appuntiti: dopo un primo sguardo capì come mai il gruppo stava fermo a confabulare. Macchie scure di sangue o liquame ignoto lasciavano un’evidente traccia sul legno, che nasceva dal mobilio e dal lavabo e scendevano in direzione della porta, fermandosi però dopo meno di un paio di metri, dove sul pavimento aveva disegnato una linea piuttosto regolare; il liquido doveva essere colato verso il basso, il che presupponeva ci fosse un piano interrato. Dopo uno sguardo più attento, riuscì a identificare grazie all’aiuto della macchia il contorno di una vera e propria botola, che presentava il foro ben mascherato di una serratura, tanto da passare per un nodo bucato dell’assito su cui avevano poggiato i piedi fino a quel momento.
«… dato l’ambiente, dabbasso potrebbe esserci una macelleria, o peggio» stava sibilando Ganus a Kento, che incupito osservava i suoi compagni rettili annusare avidamente le assi del pavimento.
«Penso che l’effetto sorpresa ormai sia svanito. Finiamo quello che abbiamo iniziato. Vado io per prima» Odine si piegò per fare forza e alzare la botola, sotto lo sguardo di Claudius che mal celava una certa curiosità.
«Signori» si fece avanti Ki-do in tono perentorio, con voce chiara «posso capire la volontà di proseguire, ma qui abbiamo una responsabilità. Anzi sette» continuò abbassando la voce. «Tra qualche ora sarà sera, e noi potremo anche saperci difendere, ma loro» e indicò i bambini «assolutamente no. Non voglio rischiare, e non possiamo indugiare. Mi pare evidente il da farsi: ce li carichiamo in spalla, e a marcia forzata cerchiamo di tornare ai margini della foresta, prima del tramonto. Il tempo adesso lo abbiamo».
Odine parve delusa. Ganus sollevato. Claudius si riscosse e fece un cenno affermativo col capo. Kento sorrise all’amico. Un rumore fece girare Ki-do: Kattegat e la sua scimmietta stavano rimboccando la coperta che il nano aveva gettato sui piccoletti.

